“Giardino”, in vernacolo “sciardine” o “ciardine”

Secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale, ogni giorno in Italia vengono impermeabilizzati 100 ettari di terreni naturali. L’impermeabilizzazione del suolo, oltre ad essere irreversibile e con un elevato impatto ambientale, interessa i terreni migliori sia in termini di produttività che di localizzazione: terreni pianeggianti, fertili, facilmente lavorabili e accessibili quali, ad esempio, le frange urbane, le aree costiere e quelle pianeggianti. Le frange urbane sono periferie, relitti su cui arriverà la prossima cementificazione. Eppure queste aree conservano segni della nostra storia, della biodiversità. Sono quelli che i nostri anziani chiamavano “Giardini”. Ecco un ricordo di quello che era solo 25 anni fa. L’ho tratto da un libro di Luigi Sada del 1991 (1).

«I nostri orti sono una secolare istituzione tutta locale.

Ubicati nella periferia della città ed occupanti pochi ettari di superficie, definiti da muri a secco, dietro cui una fitta siepe di fichi d’India, allevati anche allo scopo del frutto, risultano una piccola proprietà.

In un punto non determinato del podere, né fissato da speciali esigenze, un trullo (casèdda o pagghjare), per il rifugio e per porvi gli attrezzi, una noria (u ngègne) per attingere acqua dal pozzo: arcaici quanto il mondo.

Ciascun appezzamento è diviso da passerelle e contiene bocche di pozzo, dalle quali si diparte una rete di canali in pietra allo scopo di condurvi l’acqua attinta in quelle speciali vasche di distribuzione, dette piloni.

In tutta la superficie sono disseminati disordinatamente gli alberi fruttiferi delle più svariate specie, fra le quali predominano il fico, il gelso ed il carrubo. Negli spazi liberi tra albero e albero e fin sotto i loro ceppi trovansi coltivati gli ortaggi.

Questa specie di orti, singolari, ripeto, nella nostra terra, traggono origine da una destinazione che non è certo quella odierna. In un tempo molto lontano, che potrebbe risalire al Feudalesimo, i “signori”, tra i piaceri che si procuravano, vantavano anche quello di avere fuori le mura della città un podere, in cui potessero trovare tutto ciò che costituiva la così detta “soddisfazione di famiglia”. Da ciò venne fuori il nome di “giardino” luogo di delizia e di piacere, che tutt’oggi si conserva inalterato nel nome in vernacolo di sciardine o ciardine.

Quindi si spiega la presenza di ricchi esemplari di tutte le specie e varietà di frutta, nonché la coltivazione di quegli ortaggi, i quali fornivano durante l’annata la “minestra verde”.»

 

(1) Sada L., 1991. Vegetali e ortaggi: terzo e non ultimo fondamento. In: La cucina della terra di Bari. Franco Muzzio Editore, Padova, 61-79.

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