Giovani biopatriarchi: incontro con Domenico Corallo

Proseguendo le attività di prospezione territoriale alla ricerca di varietà locali di interesse per il progetto BiodiverSO, nel mese di maggio abbiamo visitato l’azienda agricola di Domenico Corallo, ubicata nell’immediata periferia di Bari, a breve distanza dalla zona industriale di Modugno. Domenico è un giovane orticoltore barese che produce una serie di varietà tradizionali che poi commercializza al mercato ortofrutticolo di Bari. Nell’ospitarci nella sua azienda di circa 4 ha, Domenico ci mostra alcune produzioni tardive di Bietola barese e di cima di rapa, accanto alle produzioni primaverili di fave e patate, secondo uno schema ricorrente in questo periodo nelle piccole aziende agricole dell’hinterland  barese.

Domenico Corallo è un giovane ‘biopatriarca’ che cerca di produrre ortaggi di qualità utilizzando prevalentemente varietà locali, di cui riproduce e conserva il seme (nella foto, davanti ad un appezzamento di una popolazione locale ‘barese’ di cima di rapa).

Ritornare ai campi, seguendo la tradizione di famiglia

Domenico condivide con il fratello Antonio il ‘mestiere’ dell’agricoltura, seguendo così l’attività ereditata dal padre Saverio, ed avendo scelto circa 8 anni fa di tornare ai campi dopo un’esperienza come operaio in fabbrica, per ‘rimettersi in gioco’, magari in assenza di ‘garanzie’ contrattuali ma con una maggiore libertà di esprimere le proprie capacità e la voglia di intraprendere.

Seguendo la tradizione familiare, Domenico preferisce selezionare e possibilmente riprodurre la semente delle varietà orticole di suo interesse, e questo avviene per gli ortaggi da foglia o infiorescenza, a semina/trapianto estivo-autunnale, che arrivano poi in produzione principalmente nel periodo autunno-invernale. In particolare, Domenico riproduce e conserva semente di finocchio Gigante barese, Cicoria barese e Catalogna di Molfetta, Bietola barese, nonché di varie popolazioni locali di cima di rapa.

File di fava, bietola ‘barese’ e cicoria ‘barese’, consociate in un oliveto.

Per alcune di queste varietà locali, l’attività di selezione ed ‘auto-riproduzione’ sementiera è iniziata circa 40-50 anni fa per iniziativa del padre Saverio, probabilmente a partire da scambi di semi avvenuti a quei tempi con altri orticoltori locali o da alcune vecchie varietà acquisite da altre zone di produzione. All’interno dell’azienda, Domenico ci mostra le aree destinate alla produzione di seme, tra cui ad esempio un lotto di bietola ‘barese’ in fase di piena formazione degli scapi fiorali.

Domenico Corallo ci mostra un lotto di bietola ‘barese’ destinato alla produzione di seme.

Difficoltà nel valorizzare le varietà locali sui mercati

Domenico ci riferisce però che la commercializzazione di queste varietà tradizionali è talora difficile sui mercati, ed al riguardo cita l’esempio del finocchio Gigante di Bari, che produce grumoli di ottima qualità organolettica ma meno omogenei e più ricchi di ‘filamenti’ (più fibroso) rispetto a quelli dei più comuni ibridi commerciali (più ‘bianchi’, con una pezzatura più omogenea e meno fibrosi), risultandone pertanto deprezzato. Proprio nel caso del ‘Gigante’, tuttavia, per tentare di aumentare l’apprezzamento commerciale della varietà, Domenico sta cercando di introdurre delle innovazioni nella tecnica di produzione, passando dalla realizzazione di semenzai aziendali (che in genere causano una maggiore difformità iniziale delle piantine) alla produzione delle piantine presso vivai specializzati (a partire dalla propria semente selezionata), ed i risultati iniziali sembrano incoraggianti rispetto ai risultati qualitativi finali.

Secondo Domenico, la bietola ‘barese’ è un ortaggio tipico molto apprezzato sui mercati locali.

Educare ad apprezzare il ‘vero’, piuttosto che il ‘bello’

Secondo Domenico, per riuscire a valorizzare le vecchie varietà locali sui mercati, in modo che i piccoli orticoltori possano mantenere un reddito che renda ‘sostenibile’ la loro opera di conservazione, è necessario promuovere iniziative di ‘educazione’ alimentare che orientino i consumatori a riscoprire il gusto per il ‘vero’ piuttosto che per il ‘bello’; ossia per i sapori antichi, spesso legati alla tradizione alimentare e culinaria delle generazioni passate, ma che tanto hanno probabilmente da insegnare a quelle moderne. Inoltre, occorrerebbe aggregare le produzioni con ‘marchi’ riconoscibili, in grado di trasmettere ai consumatori il valore qualitativo ed intrinseco delle vecchie varietà rispetto ai prodotti di massa.

Vito Buono ed Ettore Fistola

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