Il sapore sociale del cibo…

Ci sono cose che nel tempo ti porti dietro e ti aiutano ad impostare momenti del tuo quotidiano con gli altri.
Ti indicano la strada della condivisione e ti guidano verso un approccio al futuro improntato alle abitudini familiari che hai vissuto, ai riti immutati e costanti che hanno scandito e accompagnato le stagioni della tua vita.
Fortunati quei bimbi che hanno avuto la possibilità di crescere non solo ascoltando parole ma attraverso momenti di vita condivisi, che riuscivano a farli sentire già “grandi” fornendo loro la possibilità di misurarsi con i problemi attraverso un’elaborazione condivisa dello svolgimento e della risoluzione degli stessi.
Molti di questi momenti erano legati al cibo, come la preparazione delle conserve per l’inverno, in periodi di produzione particolarmente fortunata o la trasformazione fantasiosa e diversificata di prodotti supestiti, in tempi di magra.
Momenti celebrati non al riparo delle mura domestiche ma allargati a parenti e vicini di casa che avessero avuto voglia di dare una mano, e a tanti, ma proprio tanti bambini che imparando a pulire carciofi staccavano con i dentini la parte tenera vicina alla foglia appuntita, o che con le mani immerse nell’acqua lavavano muovendoli e schizzandosi allegramente quintali di pomodori, che snocciolavano ciliegie per la marmellata imbrattandosi di rosso e infilandone in bocca più di quante ne mettessero in pentola, o cercavano di pulire fichi d’india riempiendosi di spine fino a piangerne…
Bambini che avevano non una, ma tante case e che necessariamente, durante la giornata, dovevano relazionarsi con gli altri componenti della comunità e scambiare umori e parole, condividere momenti di alterco e di aiuto reciproco e che ad ora di pranzo, o di sera prima di andare a letto, dovevi farti il giro dei vicini per riportarli a casa.
La strada, antesignana dei pianerottoli di condominio , era un’unica casa dalle tante stanze. I vicini, persone di famiglia a cui andare a chiedere e a dare: della carbonella per il braciere, un pezzo di lievito per il pane, uova, zucchero, sale, olio o semplicemente del tempo, dei consigli, un piccolo aiuto, un salutare momento di sfogo, tante rilassanti e felici chiacchiere.
Il tutto improntato a un grande rispetto per le necessità dell’altro e alla condivisione di quel tanto o di quel poco che si aveva.
Oggi si spreca di tutto.
Si spreca il cibo, i rifiuti, gli abiti, le parole, le occasioni per condividere.
Si spreca il proprio tempo, i rapporti umani, a volte.
Sorrido, quando nei progetti scolastici leggo che fondamentale e premiante per il percorso è l’utilizzo della regola del “learning by doing”, l’imparare facendo, l’apprendimento in situazione.
La vita è strana.
Quello da cui tanti son voluti scappare oggi appare come il rimedio ad una crisi del lavoro, della famiglia, dei valori, della propria esistenza in relazione a se e agli altri.
Ogni tanto riguardo quella specie di tesoro euristico psicologico accumulato nel tempo camminando in quelle stradine, andando per case a prendere o a dare, ascoltando le chiacchiere delle vicine, approcciandomi ai mestieri degli adulti.
Vado a rivederlo con i miei occhi di oggi e ringrazio quella piccola bimba piena di una tranquilla curiosità che caracollava per strade che parevano infinite, e che la sera si attardava ad ascoltare le chiacchiere dei grandi seduta su un gradino di pietra o una piccola sedia davanti alla porta di casa , esplorando la vita a rimorchio di ragazze più grandi, con una fame atavica che dava grandi soddisfazioni a chiunque decidesse di offrirle delle parole o del cibo.

 

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