Il vecchio di Corico – Virgilio

Atque equidem, extremo ni iam sub fine laborum vela traham et terris festinem advertere proram…

E certo, se ormai al termine della mia fatica non dovessi ammainare le vele e dritta puntare la prua verso terra, forse canterei l’arte di rendere fertili e di ornare i giardini, rosai di Paestum due volte all’anno in fiore; come l’indivia si anima bevendo ai ruscelli e l’apio verdeggia sugli argini, o come attorcigliato in mezzo all’erba cresce gonfiandosi il cocomero; senza dimenticare il narciso d’autunno, lo stelo flessibile dell’acanto, l’edera pallida, il mirto innamorato delle spiagge.

Ricordo, sotto le torri della rocca di Taranto, dove il Galeso scuro bagna la bionda campagna, vidi un vecchio di Còrico che aveva pochi iugeri di campo abbandonato, terra infeconda al lavoro dei buoi, inadatta alle greggi, sfavorevole alle viti. Eppure, piantando qualche legume fra gli sterpi e intorno gigli candidi, verbena e gracili papaveri, in cuor suo si sentiva ricco come un re e, rincasando a tarda notte, guarniva la mensa di cibi non comprati.

Primo fra tutti nel cogliere la rosa a primavera e la frutta in autunno, quando l’inverno tetro spezzava ancora i sassi per il freddo e frenava col ghiaccio i corsi d’acqua, egli già recideva il fiore delicato del giacinto, beffandosi dell’estate tardiva degli zefiri a venire.

Così prima di tutti aveva in quantità pupe di api, quindi uno sciame numeroso, e spremendo i favi raccoglieva spuma di miele; aveva tigli, pini rigogliosi e i suoi alberi maturavano in autunno tutti i frutti di cui in fiore s’erano rivestiti a primavera. E in filari aveva trapiantato olmi già vecchi, peri durissimi, pruni che davano susine e un platano che offriva ombra ai bevitori.

Ma io, impedito dall’incalzare del tempo, devo abbandonare questi ricordi e lasciare ad altri dopo di me che li tramandino.

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