Sulle orme del “Gigante di Bari”: visita all’azienda OroVerde Milella srl

Proseguendo le attività di ricerca di varietà ed accessioni pugliesi di finocchio, abbiamo visitato l’azienda OroVerde Milella s.r.l., ubicata nella zona di Bari-Palese, a pochi minuti di strada dall’aeroporto cittadino. Le origini dell’azienda risalgono ai primi anni ’50 quando il capostipite, Milella Giuseppe, iniziò a coltivare insieme alla moglie una serie di ortaggi su piccoli appezzamenti di terra e a vendere i relativi prodotti sui mercati locali. Dopo alcuni anni, grazie allo spirito imprenditoriale del fondatore e con la collaborazione dei figli Girolamo ed Eustacchio, l’azienda ha esteso la produzione su circa 100 ettari di terreno, affiancandovi anche l’attività di commercializzazione ed esportazione dei prodotti ortofrutticoli.

Del “Gigante” barese si stanno perdendo le tracce…

Incontriamo in azienda il sig. Girolamo, il quale, intervistato sulle ‘sorti’ della varietà “Gigante di Bari”, ci racconta che questa era la varietà di “punta” fino a circa dieci anni fa, dato che l’azienda arrivava a lavorare circa 300-400 quintali al giorno di questo prodotto: si trattava di una varietà selezionata ormai da generazioni, ben adattata all’ambiente pedo-climatico dei tipici orti dell’hinterland barese, e che sviluppava grumoli di grossa pezzatura, la cui qualità organolettica era molto apprezzata sui principali mercati ortofrutticoli nazionali.

Oggi, purtroppo, il “Gigante” è stato completamente sostituito dagli ibridi commerciali di finocchio, messi a disposizione dalle varie ditte sementiere, principalmente in seguito alle variazioni delle richieste della distribuzione commerciale moderna, orientate verso un prodotto di pezzatura “media” e “uniforme”, da confezionare tipicamente in cassette di dieci grumoli ciascuna. Il “Gigante”, a causa della pezzatura eccessiva e della disomogeneità di calibro, non si prestava quindi a questo tipo di lavorazione, ed è stato progressivamente abbandonato …

“A sch’cchià l’ f’nucchjie”

Il sig. Girolamo ci racconta come il “Gigante” fosse tradizionalmente coltivato in azienda ricorrendo alla semina diretta o, in alternativa, al trapianto delle piantine autoprodotte in semenzaio. Nel primo caso, alla semina diretta in fila “continua” seguiva il diradamento manuale, effettuato non appena le piantine raggiungevano 15-20 cm di altezza: l’operazione, detta nel gergo barese “a sch’cchià l’ f’nucchjie” (“a dividere i finocchi”), era davvero ‘faticosa’ poiché impegnava per ore gli operai ‘chini’ sotto il sole ‘cocente’ di agosto, quasi sempre accompagnata con la necessaria scerbatura delle malerbe cresciute tra le file. Nel caso del trapianto delle piantine a “radice nuda”, invece, alla preparazione del semenzaio su una superficie limitata, seguiva l’estirpazione delle piantine (allo stadio di 30-40 cm di altezza), la preparazione di piccoli fasci, il taglio del fittone radicale e del “pennacchio”, ed infine il trapianto su terreno già lavorato ed assolcato.

(Autori Vito Buono e Ettore Fistola)

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