Per un “ditale di semi”. Un nuovo custode della Catalogna bianca di Tricase

Nel territorio di Tricase, ai piedi della Serra del Calino, troviamo un piccolo appezzamento di terreno molto ordinato e curato, recintato su un lato da un canneto che ripara le coltivazioni dall’aria salmastra che viene dal vicino mare. Siamo in via Vecchia Marina Serra nel Parco Naturale Regionale “Costa Otranto – S.M. di Leuca e Bosco di Tricase”.

Ci accoglie il Sig. Antonio Blandolino, 68 anni, di Tricase, giardiniere in pensione che intorno agli anni ’70, di ritorno dalla Svizzera, riprende a coltivare la terra per passione. Le sementi che utilizza sono un’eredità del padre, il quale già negli anni ’60 coltivava e vendeva nei mercati locali gli ortaggi prodotti. Il padre continuò ad andare al mercato fino all’età di 82 anni diventato per lui come un giorno di festa.

Il Sig. Antonio ci racconta che negli anni ‘ 70 al mercato c’era una varietà di cicoria che era molto più richiesta rispetto alle altre; tramite conoscenze, amicizie e favori riuscirono a procurarsi un “discitale de samente” (il ditale era l’unità di misura dei semi tra i contadini): questa varietà di cicoria è la Catalogna bianca di Tricase. Ci spiega che è una varietà molto delicata, soffre molto il freddo e il caldo in quanto più tenera rispetto alle altre varietà di cicoria. Riproduce le piantine lui stesso tramite semenzai e la prima piantumazione avviene a metà agosto, soprattutto, per chi ha la disponibilità di abbondante acqua. Se il tempo è mite riesce ad avere il prodotto fino alla primavera facendo una semina scalare.  Nella sua famiglia consumano i germogli principalmente crudi, ad insalata o come fine pasto, le foglie invece sbollentate in acqua calda.

Ci riferisce ancora che negli anni ’70 questa varietà di cicoria era molto richiesta al Nord; la pianta veniva raccolta prima che si formasse il germoglio, si eliminava la radice e le foglie più esterne e si consegnavano ad una cooperativa che le commercializzava.

Custodisce e continua a coltivare le varietà di ortaggi del padre ad uso famigliare, tuttavia si diletta a seminarne un po’ di più per dare le piantine ad amici e conoscenti. Produce anche cavoli leccesi “mugnoli”, Carota di Tiggiano, finocchi, pomodori e una cipolla che coltiva da sempre che la chiama “a maranciana” perché ha una forma un po’ ovale.

Ricorda che nel passato la coltivazione della terra veniva scandita seguendo il calendario dei Santi: di San Martino si inizia a seminare, per la Madonna della fava (il 21 novembre) si piantano le fave, di S. Antonio si inizia a mietere e per la Madonna della Serra (15 agosto) si inizia a zappare la terra per le nuove coltivazioni. Lui continua a rispettare queste date; inoltre, sapientemente, fa riposare e alterna le culture fra le produzioni estive e quelle invernali e pratica il sovescio coltivando lupini.

Ci saluta con un detto: “Quannu fumaca ‘u Calinu fusci fusci allu casinu”: Quando si iniziano a vedere le nuvole dalla serra del Calino bisogna correre a casa perché pioverà.

Antonio Blandolino

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