Una zucca da favola

Quando la fata madrina decise di aiutare Cenerentola ad andare al ballo non ci mise più di due minuti a capire che una bella zucca avrebbe fatto al caso suo.

Scese nell’orto e ne individuò una enorme, attorniata da una allegra teoria di foglie, teneri germogli e grandi fiori color del sole che correvano allegramente per l’orto sui lunghi steli cavi.

Riconobbe la reale capacità di accoglienza delle costole distribuite in maniera armoniosa, apprezzò la bellezza del suo abito di oro brunito screziato di smeraldo, si intenerì alla vista del picciolo vigile sulla base a stella.

Scelse una zucca importante per la carrozza di una principessa, una zucca regina che, assolto perfettamente il suo ruolo, finita la festa, con la semplicità che contraddistingue la sua grandezza, tornò quella che era: una zucca da favola.

Nella trasformazione nulla andò perduto. La zucca diventò carrozza.

Gli steli si inanellarono nelle quattro ruote e fiori e germogli andarono festosamente a decorare il tutto, in una puntuale e chiara metafora delle possibilità di utilizzo totale di questo ortaggio straordinario.

A casa dei miei non se ne cucinava tanta, probabilmente a causa delle operazioni di eliminazione della scorza che risultano più fastidiose e meno veloci di quelle di altri ortaggi, o perché non incontrando il gusto di mio padre e dei miei fratelli mia madre non la portava spesso in tavola.

La trovavo a volte dalla nonna, ma il rude accostamento con le fave non sbucciate e l’aglio a vista, non mi attirava molto.

Impazzivo, invece, per le favolose frittelle di zucca di Giuseppina, l’inquilina dell’appartamento sotto il nostro, che avevo particolarmente a cuore per via degli odori inebrianti che all’ora di pranzo riversava nelle scale del condominio in cui abitavamo, e per l’ospitalità generosa che riservava ogni giorno, a una bimba affamata al suo rientro da scuola.

Si sa, dopo periodi di astinenza, avanza tranquilla e convinta l’esagerazione, e oggi quando me ne trovo davanti sono completamente presa. 

Una, due, tre, dieci, ho sempre la tentazione di portarmele tutte a casa, e non per la dolcezza di un tipo rispetto all’altro o per il contadino che vanta il prodotto migliore, ma semplicemente per il loro essere diversamente zucca. 

Mi piace quella tonda perché è tonda, quella a fiaschetto perché é buffa, quella dalla scorza verde, quella dalla scorza gialla, quella dal collo lungo, quella bitorzoluta, ma quella a cui non riesco assolutamente a rinunciare è sempre lei, la mia zucca da favola.

Quella che sta giusta in un abbraccio e che quando sei stanca puoi poggiarci la testa sopra. E che non devi fare le corse per gustarla ma puoi ricamarci su mille ricette e cambiare idea altrettante volte, perché é un ortaggio paziente e sa aspettare che decidi.

Quella che può essere cibo e contenitore di quel cibo, e che quando è bella piena e matura puoi farla risuonare come un’anguria.

E che solo a tenerla vicino già stai bene, perché è bella e la sua azione terapeutica ti raggiunge con la serenità che ti procura semplicemente il guardarla, apprezzarne i colori, la consistenza della scorza, la forma.

Una zucca é accogliente, e si dona totalmente.

La sua polpa soda e solare ha un sapore delicato e si presta magnificamente a risolvere pranzi umili e importanti, i suoi semi sono una riserva di sana energia e, opportunamente tostati, diventano snack veloci e nutrienti ed è possibile trasformarne gastronomicamente anche la buccia, e gli steli ben sfibrati, le grandi foglie e i fiori. 

Tutto, tranne il picciolo fisso sulla base a stella. Che deve accompagnare tutte le buone zucche a garanzia di integrità dell’ortaggio. Quel residuo di cordone ombelicale che ne ha sorretto l’origine e la crescita e che vigila sullo spazio vitale custodito da pareti solide e sicure. E che diventa il riflesso dello stato di salute dell’intero frutto: se è stato reciso accuratamente, con un taglio netto e deciso, all’altezza e nei tempi giusti.

C’è tutto un mondo racchiuso nella forma morbida di una zucca, una magnifica fonte di benessere a cui accedere direttamente senza passare per opercoli e pasticche, semplicemente accostandoti alle sue mille ricette certa che, mentre ti svela le potenzialità gustative, comincia a donarti anche quelle curative, perché questo dono della natura contiene una completa farmacia naturale, ricca di minerali, fibre, vitamine e preziosi aminoacidi come la cucurbitina, dotata di proprietà vermifughe e antiparassitarie note sin dall’antichità, e il triptofano, coinvolto nella produzione della serotonina, che agendo sul sistema nervoso, stabilizza l’umore e aiuta a combattere l’insonnia, la depressione e la fame nervosa. E fornisce la pazienza necessaria a restar sereni quando, di ritorno dai miei amici contadini, ricca di zucche di ogni peso e misura, imbattendomi nel parentado, scatta sicura e veloce la fatidica frase: “Ma che hai svaligiato un campo? E che ci fai con tutte queste zucche?  Che poi non riesci a cucinarle, vanno a male e ti si sciolgono davanti…”.

Attacco diretto e sleale che senza delicatezza mi riporta al ricordo della mia zucca più bella, quella che sistemai sul comò sotto il quadro di S. Michele e che mi piaceva talmente guardarla e averla lì da non riuscire proprio a tagliarla. E che un bel giorno, stufa di non essere considerata, collassò, e si sciolse in mille lacrime di sole che, scivolando sotto il marmo del ripiano, raggiunsero la biancheria da tavola contenuta nei numerosi cassetti andando rovinosamente ad impregnare anche tutte le parti in legno.

Da allora sono molto più attenta ai tempi di consumo, e continuo a far scorta di zucche, a cucinarne e a distribuirne ai miei, con la speranza che una bella scorta di buonumore da triptofano riesca finalmente a far capire loro che una zucchina è sempre una zucchina, una patata anche, che ci sono limitate possibilità di trasformazione per pomodori e melanzane, ma che una zucca è sempre meravigliosamente diversa, pur nella sua fondamentale identità.

E recuperino, davanti a quel frutto magico, gli occhi della fata madrina e il senso o la memoria di quella che probabilmente è la prima esperienza cognitiva di un bimbo su una zucca, attraverso una fata e una carrozza, e una simpatica principessa con la ritirata a mezzanotte.

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