Meloncella di Martina Franca

La meloncella di Martina Franca di Angelo Marangi

A Martina Franca il paesaggio agrario è tempestato di graziosi trulli che spiccano un po’ ovunque.

Qui incontriamo Angelo Marangi, un contadino che ci accoglie offrendoci dolci e liquori fatti in casa. Ci racconta che i semi di meloncella che possiede sono stati ereditati dal padre e producono una varietà tipica di Martina Franca, molto diversa da quella leccese, perché più grossa, quasi tonda, verde chiara, chiazzata di scuro, pelosa e molto dolce.

Suo padre lavorava “a servizio della padrona”, nelle cui terre coltivava un po’ di tutto, ed il raccolto veniva poi diviso (di certo non equamente) tra i braccianti e i proprietari terrieri.

Da queste parti, il melone immaturo (Cucumis melo L.), la meloncella, viene chiamato cocomero o barattil e viene seminato i primi di maggio, generalmente accanto ai fagioli.

I semi, consiglia premurosamente, devono essere rinnovati ogni anno. Angelo Marangi procede in questo modo: disegna una croce con gli steli principali della pianta con al centro il frutto che cresce; generalmente anche lascia sulla pianta il primo frutto formatosi, fino alla fine della fruttificazione; una volta raccolti, i semi, puliti e lavati, vanno essiccati al sole e ben conservati, per essere poi riseminati l’anno successivo.

Con un po’ di amarezza,  racconta che un tempo coltivava un pezzo di terreno collocato in una vallata, chiamata “Cupone”, presenti al centro della Murgia sud-orientale, in direzione da Martina Franca verso Mottola, dove la terra  era sempre fresca e molto fertile  (perciò chiamata “grica”), dove si raccoglievano copiosi raccolti e l’acqua di irrigazione non si usava mai. Adesso, invece, se si vuole raccogliere qualcosa, giusto per uso familiare, non si può fare a meno dell’acqua di irrigazione e neppure dei trattamenti antiparassitari e dei concimi: “Coltivo giusto perché mi ritrovo un pezzo di terra ma neppure gli ortaggi che coltivo io hanno più il sapore genuino di quelli di un tempo”.

In queste zone la cucina popolare, nel periodo di produzione, impone il consumo dell’ortaggio fresco tra una pietanza e la successiva, perché in questo modo funziona da “spingituru” (che spinge in giù!) permettendo le consuete maratone di cibo domenicali.

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