Il niebè, fagiolino dall’occhio del Burkina Faso

Chi come me è nato in Puglia conosce bene il Fagiolino dall’occhio [(Vigna unguiculata (L.) Walp subsp. unguiculata)], per gli amici baresi occhiopinto o fagiolino pinto, tipica coltura pugliese e quasi assente nelle altre regioni italiane.

Anche per i non appassionati, un buon pugliese non può non ricordare quando da bambini ci si sedeva a tavola in giardino con le nonne e le mamme, quasi come fosse un rito, a pulirli, staccandone le estremità e asportando il filo legnoso che corre lungo il baccello.

Da qualche anno ormai lavoro felicemente all’estero e ormai da tre anni (ahimé) non mangio fagiolini (per non parlare dei nostri occhipinti). Insieme a tante altre prelibatezze della nostra meravigliosa e unica cucina pugliese, ovviamente.

Ma che succede se per sbaglio finisci in Burkina Faso e lavori negli orti dei villaggi delle aree più siccitose del Paese?

Succede che tra una melanzana locale (Solanum aethiopicum L.) e dell’ibisco (Hibiscus sabdariffa L.) trovi una specie che riconosci, che hai già visto, che hai già assaporato.

La riconosci da lontano insieme ad altri tanti ortaggi tradizionali. La vedi. Ti avvicini sorpreso, stupito, incredulo, come un amico che non vedi da tanto tempo e lo incontri per caso. Ne vedi le foglie prima, poi vedi le donne, chine sul terreno per seminarlo ed è lì che ne hai la prova. È proprio lui. “Ma che ci fai da queste parti? Non ti avevo riconosciuto con quegli occhiali da sole. Hai tagliato i capelli?” Domande di rito quando timido non saluti per non fare una gaffe quando si incontra per strada qualcuno per caso. “Sarai proprio tu?” Mi basta pochissimo. Poche presentazioni. È lui. “Ti trovo in forma. Non sei cambiato per niente”, mi viene da dirgli. È rimasto per secoli lì, a lottare sotto il sole, partigiano di una terra difficile dove la siccità e il caldo stremano i contadini così come le colture. Ma lui resiste e fa resistere i tanti popoli che ancora vivono in queste zone meravigliose.

Il niebè (me lo presentano così le donne che non capiscono la mia incredulità e felicità). Sapevo che il fagiolino dall’occhio era originario del Sahel, ma per un attimo avevo dimenticato che nel Sahel, o per lo meno vicino, c’ero davvero io.

Mi dicono, dal mio pessimo francese, che in moré, lingua locale, significa oro bianco. E io rido. Io gli spiego, sempre nel mio pessimo francese, il significato di occhiopinto. E a ridere questa volta sono loro. Non ci avevano mai pensato: Mi dicono: “forse potremmo anche cambiargli il nome, non credi?”. Ridiamo insieme questa volta.

Mi basta poco per capire perché lo chiamano oro bianco:

  • Viene coltivato soprattutto nei territori aridi e degradati del Sahel;
  • È una leguminosa che viene spesso associata ai principali cereali coltivati nel paese (miglio e sorgo tra tutti), e quindi è un arricchimento naturale dei terreni;
  • Cicli di coltivazione e tecniche colturali che consentono quasi una perenne presenza in campo garantendo, a lungo termine, la protezione del terreno e un ottimo e antico strumento di lotta alla desertificazione;
  • Il suo valore proteicoapporta nutrimento importante nella dieta delle popolazioni rurali del Burkina Faso, sostanzialmente povera di proteine animali, a causa dell’alto prezzo della carne. Il niebè è inoltre ricco di vitamina B6 (https://www.cairn.info/revue-autrepart-2012-3-page-95.htm).

Questa leguminosa viene coltivata in consociazione con i cereali locali come il miglio e il sorgo, oppure con il cotone.

La sua particolare resistenza agli attacchi parassitari consente agli agricoltori locali di ricorrere esclusivamente a trattamenti naturali, come l’olio estratto dalle foglie di neem (Azadirachta indica) mescolato con foglie di tabacco o sapone (https://www.terramadre.info/comunita-del-cibo/coltivatori-di-fagioli-niebe-delloudalan/).

Dopo un po’ di chiacchiere in campo sono esterrefatto e ancora curioso come un bambino.

I mossì e i peul (i nomadi del Sahel) mangiano tradizionalmente i semi come fossero fagioli o gli stessi vengono fatti essiccare e trasformati in farina e utilizzati come ingrediente in numerose preparazioni. Molto poco o quasi per niente i locali mangiano i baccelli verdi (tradizione importata pare dai coloni francesi).

“Ok, che c’è da rimanere esterrefatti”, direte voi? “Non siamo mica alla prova del cuoco!”.

Vi dirò allora di più: mentre chiacchieravamo noto donne chine a raccogliere le foglie del niebé e metterle in ceste di fortuna. “Che ci fate con le foglie?”, dico io curioso. “Ce le mangiamo”, mi rispondono loro anche un po’ stufate.

E io le ho anche assaggiate, cotte, come spinaci, spesso insieme a foglie di moringa o di melanzana locale. Ed effettivamente sono buonissime.

Quello che però rende ancora più affascinante capire l’importanza di questa specie per questi popoli è vedere le loro tecniche colturali, nettamente differenti per la produzione di semi e di foglie e diverse anche rispetto all’epoca di semina.

La produzione di foglie avviene nella stagione secca, e più in dettaglio da febbraio a giugno, dove con un ciclo colturale di 15-20 giorni, le foglie vengono raccolte per essere vendute fresche nei mercati locali e per il consumo familiare. La semina in questo caso è fittissima e, mi dicono le donne, l’ombreggiamento delle foglie riduce anche i turni di irrigazione (serio problema in questa stagione).

In questi terreni poi il fagiolino sarà avvicendato, nei mesi piovosi di luglio e agosto, al riso (se il terreno viene allagato) o più comunemente al mais, al miglio o al sorgo.

Da giugno invece inizia la semina per la produzione dei baccelli (che in realtà avviene anche nei mesi che seguono la pioggia ed in relazione alla disponibilità di acqua per l’irrigazione, da ottobre a gennaio) e dei semi, con una densità simile alla nostra (1,30 m tra le file per 30 cm sulla fila) e molto spesso associato ai principali cereali.

“Ora” – mi direte voi, ancora, e stanchi da questa lettura – “c’è da rimanere esterrefatti per così poco?”. Vi assicuro che un piatto di fagiolini in Africa può cambiare una giornata. A noi pugliesi in primis.

Ora però, dato che passata di pomodoro e spaghetti posso riuscire a recuperarli in qualche modo, chi mi dà una mano per trovare un sostituto per la ricotta marzotica da queste parti?

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