La cicoria di Quinto Orazio Flacco

Il poeta del sud non poteva farne a meno.

Non è un mistero che lo splendido poeta latino Quinto Orazio Flacco, uomo del sud, fosse un epicureo.

Carpe diem, quam minimum credula postero” (tr.: gustati ogni giorno, confidando il meno possibile nel domani). Celeberrima questa sua frase!

Ma non pensate che fosse dedito a stravizi alimentari. Curava, invece, la ricerca della semplicità nei cibi proprio perché voleva assicurarsi una lunga e sana vita.

Lo abbiamo colto più volte a celebrare gli alimenti poveri, quelli della sua terra natia che tante volte ha richiamato nei suoi versi e a cui è andato incontro come nel “Ricordo di un viaggio” (Satire, I, V) in cui parla di un suo viaggio da Roma a Brindisi ed in particolare nel tratto che attraversa le sue terre del Sud.

Ma è con qualche verso di un suo carme che mi piace di ricordarne la sobrietà a tavola. Qui mi sembra proprio uno di noi “terroni” perché dice:

“… me pascunt olivae

me cichorea levesque malvae.

Frui paratis et valido mihi,

Latoe, dones et, precor, integra

cum mente, nec turpem senectam

degere …”

“…io mi nutro di olive,

di cicoria, di lieve malva.

E tu concedimi, Apollo, di godere

di quello che mi viene

a portata di mano;

non lasciarmi avvizzire

in deforme vecchiezza; …”

(Orazio, Carmi, I, XXXI,  14-20)

Ed ora abbiamo una ragione in più per gustare le nostre ottime olive e le nostre eccellenti cicorie; e non importa che siano la Catalogna di Molfetta o la Catalogna di Galatina, oppure quella di Oria o quella di Otranto (all’acqua), o più semplicemente quella selvatica dei nostri incolti che di sicuro Orazio avrà trovato abbondante ai margini della via Appia nel suo lungo viaggio da Roma a Brindisi.

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