La nuova salsa

Ero la più pigra, la più lenta, la più distratta, la più attratta dalle perdite di tempo, la più rimbrottata.

La bambina che seguiva passo passo i pomodori e che tutti, in ogni fase di lavoro si ritrovavano continuamente tra i piedi.

Mi incantavo dietro i colori che assumeva il frutto che, primo fra tutti, precipitava sul fondo della vasca di plastica azzurra colma d’acqua, dove immergevo le mani solo per andare a recuperarlo, in un cielo sereno capovolto e bagnato affollato da dita e pomodori.

Mi perdevo nelle forme delle foglie che si ritrovavano tutte insieme a pelo d’acqua insieme ai collarini a cinque punte per attaccarsi alle mani, ai polsi, alle braccia mentre movendo l’acqua si cercava di liberare i frutti dalla polvere e dai piccioli.

Quando il vortice si placava le raccoglievo a palmo aperto e le portavo delicatamente fuori dall’acqua per sistemarle sulla parete liscia e bagnata della vasca, in una specie di umido erbario improvvisato per forme, colori e dimensioni.

In un contenitore più piccolo venivano tenuti da parte i pomodori un po’ ”toccati”, non perfettamente sani, che venivano utilizzati per un sughetto veloce da consumare in serata, e, in un altro, quelli marci.

I pomodori sodi e intatti passavano da una vasca all’altra e venivano fuori dalla quarta, l’ultima, rossi, splendenti di goccioline sotto il sole, lucidi, fieri e grondanti acqua per finire nelle grandi ceste di vimini.

Seguivo, rapita, il successivo precipitare di quella folla rossa e rotolante verso il cratere enorme del grande tegame di alluminio già pronto sul fornellone, dove i pomodori, aiutati dal calore dell’acqua avrebbero cominciato a sudare e a ritrarsi, abbandonando lentamente la scorza.

Il vapore si levava denso da quel borbottare rosso e schiumoso mentre le donne, a turno, controllavano la cottura e con un grande mestolo forato dalla forma allungata davano impulso a energiche mescolate che riportavano in superficie piccole foglioline di basilico ormai brunite, precipitate sul fondo, e scambiavano di posto i pomodori, per dare a tutti la stessa opportunità di calore.

Al primo bollo li vedevo tirar fuori con dei grandi mestoli forati e passare in pentole capaci per essere versati negli stessi cesti che li avevano già ospitati appena lavati e che ora, foderati di teli puliti, li avrebbero accolti nuovamente, per lasciar andare il liquido in eccesso, dopo aver messo da parte quello necessario.

L’acqua di cottura, lasciata a freddare sul fondo dei pentoloni, brillava sotto il sole dei tanti semini che i pomodori spaccandosi al calore avevano lasciato andare.

Avrei voluto tirar fuori anche quelli, ma tra il vapore che saliva, bollente, dal fondo e i parenti che mi allontanavano ostinatamente non ci sono mai riuscita.

La delusione veniva compensata dall’attesa del momento più bello della giornata.

Capivo che si stava avvicinando quando vedevo spuntare l’uomo della macchinetta.

Il suo arrivo era salutato con gioia da tutti.

Lo guardavo tirar fuori da una borsa scolorita strani pezzi di alluminio e metterli insieme per costruire il congegno magico che avrebbe lasciato passare, aiutata dalla pressione di una bottiglia dal vetro spesso a volte verde scuro altre trasparente, i pomodori interi per renderci innumerevoli petali dai colori resi incerti dal distacco, costellati di minuscoli semi, dal foro laterale di un cilindro di ferro tutto pieno di buchi.

Da questi, come tanti bruchini in fuga dal nido, sarebbe venuta fuori una cascata di polpa rossa e densa che, scivolando sulla passerella di alluminio inclinata verso il basso, attraversando innumerevoli bollicine d’aria sotto il sole, avrebbe raggiunto mollemente l’altra, arrivata prima, per perdersi, insieme, nei pesanti “canteri” di terracotta marezzati all’ interno di tanti schizzi verdi, che avrebbero accolto allegramente quelli rossi, morbidi e dolci della nuova salsa.

Solo in quel momento di allegra rinascita l’ansia dell’attesa si placava.

E si placava anche quel mio continuo girovagare da una postazione di lavoro all’altra, continuamente allontanata dagli adulti, che non gradivano avere bambini tra i piedi.

La salsa era nata, e finalmente riposava coperta da grandi teli, rossa e felice nel sicuro e accogliente ventre dei canteri.

L’aria tutta era più serena.

Rientrata la frenesia delle donne, dello scroscio continuo dell’acqua, dei calderoni borbottanti.

Ci si poteva regalare un po’ di riposo e mangiare qualcosa di buono per recuperare le forze prima di procedere ad invasare la salsa in bottiglie e barattoli da mettere a cuocere in grandi bidoni di zinco già pronti, colmi d’acqua e stracci sul fondo, per evitare che le bottiglie di vetro, urtandosi, andassero in pezzi.

Ma queste operazioni, meno affascinanti e colorate mi interessavano poco.

Un bel panino con la mortadella e i pomodori, a quel punto, molto di più.

Me ne facevo preparare uno bello grande, e assaporandolo lentamente, finalmente a distanza di sicurezza per la gioia dei grandi, godevo il meritato riposo osservandoli serenamente mentre, dopo aver consumato rapidamente il loro, riprendevano alacremente i lavori conclusivi della giornata dedicata alla nascita della nuova salsa.

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