La strada

Lo avvertivo nel dormiveglia, il lamento roco e indeciso delle ruote di legno che solcavano lente l’asfalto.

Alla prima luce lasciavo il letto incuriosita dai rumori che venivano su dalla strada e, attraverso gli “scuri” delle persiane, socchiusi, guardavo i contadini tirar fuori i carri di legno dalle grandi ruote e gli animali con cui avrebbero raggiunto i poderi.

Li vedevo sistemare, tra le lunghe aste anteriori del “traino”, il mulo, che una volta in campagna avrebbe continuato ad aiutare il contadino nel lavoro giornaliero, a cui si accodavano spesso, un cane e una capretta.

A volte il cane viaggiava sul carro e la capretta lo seguiva legata al pianale con una cordicella abbastanza lunga da concederle un passo adeguato a quello del mezzo, altre, il cane seguiva il carro e la capretta ci saliva su.

Sistemati gli animali, l’uomo “dava discretamente voce” e, dal portoncino laterale sbucava la moglie, con le mani occupate da un orcio in terracotta per l’acqua e da un recipiente contenente il pranzo avvolto da un grosso fazzolettone di tela, simile a quello che la donna portava sul capo con una bella “‘…’nnocca” a legarlo sotto il mento.

A volte l’uomo tornava dentro per riuscire, subito dopo, con una cesta di paglia dalla forma ovale, in cui, coperto da un velo, dormiva un bambino.

Quando il traino cominciava a muoversi, come obbedendo a un ordine silenzioso, si muovevano abbaiando a più non posso anche tutti i randagi del vicinato, fino a che il mezzo, raggiunta la fine della stradina, svoltava, scomparendo alla vista.

Solo allora, i cani tornavano ai loro posti ed io sotto le lenzuola, dove, dopo aver riflettuto un po’ su quello che avevo visto, mi riaddormentavo.

Al risveglio non ricordavo di essermi alzata e nemmeno ci pensavo durante le ore che trascorrevo a giocare per strada e a girovagare con gli altri bambini da una casa all’altra.

Mi tornava in mente al tramonto, quando gli ultimi sprazzi di fuoco scendevano dietro i terrazzi, all’agitarsi dei cani che avvertendo in lontananza il rumore delle ruote, più pesante e affannato per il peso delle casse piene di ortaggi raccolti, con il loro abbaiare anticipavano il rientro dei mezzi.

Li attendevano all’inizio della stradina, e una volta comparsi li accompagnavano festosamente a casa.

Parte del raccolto, per varietà di ortaggi, sarebbe stato sistemato su piccole sedie di legno usurate, poste di lato alla porta di ingresso delle abitazioni, e a volte, alla fine della stradina

All’interno della casa, dietro la “vela” (tenda realizzata in materiale leggero al punto da riuscire far passare aria e luce schermando allo stesso tempo ambienti che spesso non avevano altra apertura che la porta di accesso), di lato alla credenza “buona”, sotto le foto di antenati accigliati e severi, era sistemata una bilancia in legno con due grossi piatti dorati e dei cilindri in ferro, di vario peso per tutte le misure. Tutte intorno, cassette di legno e cesti intrecciati con virgulti legnosi di ulivo, colmi di uova, frutta, fiori e ortaggi appena raccolti.

Cosa non arrivava su quelle sedie!

Primizie per tutte le stagioni! Fioroni e cestini di more, mazzetti di asparagi a primavera e fichi d’india e uva bianca e nera in estate, e mandorle, noci, carrube. Zucchine con fiori ancora vicini, melanzane, patate, e piccoli peperoni friggitelli, serti di aglio, sponsali e grappoli di pomodori “appesi” per l’inverno.

Pesche e percochi, ciliegie e amarene, mele granate e piccole pere tinte di rosso tipiche del territorio, cuccupani, nespole, gelsi bianchi e rossi, olive, saporiti pomodori e meravigliosi carciofi che ci invidiavano in tutti i paesi vicini.

E cesti pieni di erbette, ruchetta, e finocchietto selvatico. E rami di alloro, salvia e rosmarino. E prezzemolo, menta e basilico in quantità, e fiori, profumati, colorati e bellissimi nella loro semplicità, sistemati di lato alle sedie, in grandi latte di ferro piene d’acqua.

E ancora, in autunno, fichi secchi, conserve di pomodoro e bottigliette di vincotto, per l’inverno.

Ripenso a quella stradina come a un’unica grande tavola coperta da tutto il ben di Dio che le stagioni dell’epoca, insieme al gran lavoro dei contadini, nei loro piccoli appezzamenti circondati da muretti a secco, producevano in quantità!

A volte, quando c’erano più sedie che esponevano gli stessi prodotti, scoppiavano piccole liti tra venditrici tradite e clienti traditrici, che risuonavano per tutta la stradina limitando il via vai dei bambini ora in quella casa ora in un’altra.

 

Cia’ nge perdn ad accatt’ preim da ieun e po’ dall’alt?” (“Cosa ci perdono a comprare una volta da una e una volta dall’altra?”) commentava ogni volta che le udiva la sorella di mia nonna, una donnina un po’ gobba e dolcissima, sempre indaffarata, che solo mio nonno chiamava con il suo nome originale (Porzia), i vicini con il diminuitivo “Porziedd”, e noi nipoti affettuosamente Zi-zia.

È do’ appennen a cap!” (“È dove hanno voglia di farlo!”), continuava, “Tott ahn mange. Ciasso’ sti vachlamint?! Semp chcozz sond. (“Tutti dobbiamo mangiare – nel senso che tutti dovevano guadagnare dalla vendita dei loro prodotti -. Cosa sono questi atteggiamenti stupidi?! Sempre zucchine sono.”). E Infilata con solennità una frase in italiano rivolta a noi nipoti (“Ricordatevi, nella vita bisogna rispettare tutti!”) continuava in dialetto stretto: “E com’ie’, avtm tott ind’ a stessa strd…” (E com’è, abitiamo tutti nella stessa strada…)”. “E cia’ ng’ vuole a rspett’ tutt’ quant…” (“Cosa ci vuole a far contenti tutti!”). E chiudeva sempre il commento con un rassegnato e sospirante: “Mah! Pnzm a neggue…!” (“Mah, pensiamo a noi…”).

Zi’ zia era amata da tutti, e con in tasca i soldi per la spesa, insieme a un grande biglietto su cui, per timore di dimenticare qualcosa, segnava gli acquisti da fare a caratteri difformi e giganti, con appesa al braccio una retina di cotone, girava solerte per le varie case, alternando cortesi e affettuose chiacchiere all’acquisto di zucchine, patate, pomodori, fagiolini, prima da una e poi dall’altra vicina.

Alla morte del nonno, lasciò la casa nella stradina per andare a vivere in casa di una sorella maggiore di mio padre, e spesso la domenica, pranzava da noi

Entrando in ascensore per raggiungere il nostro appartamento al 4° piano, guardava la sua immagine riflessa nello specchio e scambiandola per un’altra persona la salutava sempre con un educato e compunto “buongiorno” all’arrivo e altrettanto cerimonioso “buonasera” quando andava via, attendendo di spalle, impettita, l’arrivo al piano e una risposta al suo saluto che non giungeva mai.

Ogni tanto, se ne usciva in un indispettito “Ma chess’, semb’ do’ st’? Na t’ne nodd da f’?” (“Ma questa sempre qui sta? Non ha nient’altro da fare?”).

Seguito dal solito: “…mah, ci’ ama f’, facemc i fatt nost…” (“Mah, che ci dobbiamo fare! Facciamoci i fatti nostri!”). Che ci faceva scoppiare a ridere di gusto.

Non abbiamo mai rivelato la presenza dello specchio in ascensore a lei, che rispondeva educatamente al saluto delle annunciatrici in tv con un educato “buonasera a signeregghie e che, nonostante i problemi fisici, all’ultimo non ci vedeva quasi più, e nell’ansia di essere d’aiuto, continuava a scuotere la tovaglia subito dopo pranzo sul balcone “tanto poi dobbiamo scopare e lavare la strada”, facendo precipitare briciole di pane e scorze di frutta secca ai piani inferiori.

Eravamo felici di averla a pranzo la domenica e ci siamo mantenuti nel tempo, con tanto affetto, nonostante qualche piccolo problema con gli inquilini dei piani di sotto, il godimento di quel momento semplice e spassoso, in cui Zi’ Zia, senza riconoscersi, quando arrivava e quando andava via, salutava educatamente, sempre con più ritegno e riserve inespresse, attraverso uno specchio, sé stessa.

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