Le serte di cipolla con l’avena vastard

Il presidente del consorzio di promozione, tutela e valorizzazione della Cipolla rossa di Acquaviva delle Fonti, Giuseppe Losito, e Nino Montrone ci hanno raccontato come in passato, ricorrendo a diversi metodi di conservazione, fosse possibile avere a disposizione i bulbi dagli spessi catafilli per un vasto periodo di tempo.

Dopo la raccolta delle cipolle parecchie massaie si prodigavano per riuscire a conservarle il più a lungo possibile, mediamente fin dopo l’inverno.  I luoghi adibiti a tale scopo erano le cantine oppure i sottani, ambienti freschi ben areati e soprattutto molto poco luminosi.

Affinché l’umidità dei bulbi fosse sempre costante e per prevenire indesiderati fenomeni di ammuffimento, gli stessi erano adagiati su appositi telai o cassette di legno su strati di paglia alterni che servivano ad assorbire l’umidità. Questo metodo però richiedeva ampi spazi per poter garantire il buon successo della tecnica ed inoltre non tutti potevano disporre di grandi quantità di paglia da impiegare a tale scopo.

In alternativa, le cipolle venivano conservate facendo uso “dell’avena vastard” (Avena fatua L.) tipica pianta infestante.

L’avena veniva preventivamente inumidita per rendere le sue fibre duttili e malleabili, poi era impiegata per essere incorporata tra le foglie delle cipolle, ormai quasi del tutto secche ma ancora facilmente lavorabili. In questo modo si realizzavano le serte: grosse trecce di lunghezza variabile che potevano essere appese.

Il vantaggio di questa tecnica era sicuramente rappresentato dal fatto che si potevano conservare cipolle in spazi più ridotti come quelli dei sottani sfruttando al meglio (in verticale) lo spazio. Inoltre, i culmi di avena erano facilmente reperibili nelle campagne e quindi non si faceva spreco di paglia.

A cura di Piero Racano

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