L’odore di Cynara

Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso a Mola di Bari c’erano migliaia di ettari di carciofo. Ne ho già riferito in un altro intervento. Qui voglio ricordare quando andavo a raccogliere i carciofi con mio padre. La domenica. Sì, la domenica. Per tutti i miei amici e coetanei, la domenica era (è) il giorno di festa, di riposo scolastico, ma non per me. Del resto, l’agricoltura familiare ha pregi e difetti… (I pregi sono per la società, i difetti soprattutto per i figli degli agricoltori…).
Io ero addetto al trasporto dei carciofi raccolti. Mio padre li tagliava e li depositava nel sacco che io portavo legato ai fianchi da un lato corto. L’altro lato corto del sacco lo tenevo tra le mani per realizzare un contenitore in cui venivano infilati i carciofi. Mio padre tagliava velocemente i capolini con almeno 15 cm di stelo. Uno, due, tre, quattro per pianta a volte. Li teneva tutti in una mano e poi li infilava nel sacco. Velocemente, col ritmo dell’automazione. Ed io lì a mantenere il sacco, che via via si riempiva di carciofi, fino a straripare e a raggiungere il mio mento con cui li tenevo fermi. E poi su e giù, con il sacco, da chi raccoglieva al punto in cui i carciofi venivano ammassati.
Iniziavamo la raccolta dei carciofi in autunno e la finivamo in primavera. Che coltura il carciofo!
Ricordo ancora l’odore del… Cynar. Quel misto di sudore, umidità e cinarina di cui restavo impregnato fino alla sera.

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